Dal Laboratorio al Mercato: Come le Startup Italiane Stanno Costruendo Ponti tra Scienza e Impresa
Photo: Web Summit, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento preciso in cui una scoperta scientifica smette di essere solo tale e inizia a diventare qualcos'altro: un prodotto, un servizio, un'azienda. Quel momento è raro, fragile e spesso incompreso. In Italia, dove la tradizione della ricerca accademica è consolidata e riconosciuta a livello internazionale, la capacità di trasformare l'eccellenza scientifica in valore economico è ancora una sfida aperta. Eppure, qualcosa sta cambiando.
Un Ecosistema in Evoluzione
Negli ultimi cinque anni, il numero di startup spin-off universitarie italiane è cresciuto in modo significativo. Secondo i dati del Ministero dell'Università e della Ricerca, nel 2024 si contavano oltre 1.800 spin-off attivi sul territorio nazionale, con una concentrazione maggiore nelle regioni del Nord — Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna — ma con segnali incoraggianti anche dal Centro e dal Sud, in particolare grazie ai fondi del PNRR destinati all'innovazione.
Queste realtà operano in settori estremamente diversi: dalle biotecnologie all'ingegneria dei materiali, dall'intelligenza artificiale applicata alla medicina alle tecnologie per la sostenibilità ambientale. Ciò che le accomuna è l'origine: un'idea nata tra le pareti di un laboratorio, sviluppata grazie al rigore del metodo scientifico, e poi trasformata — con fatica, creatività e spesso qualche fallimento — in un'offerta commerciale concreta.
Il Caso di BioNanoTech: Dalla Ricerca sul Cancro a una Startup da 10 Milioni
Tra i casi più emblematici degli ultimi anni c'è quello di BioNanoTech, startup nata nel 2020 da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Torino che lavoravano su nanoparticelle per il rilascio mirato di farmaci oncologici. Il percorso dalla pubblicazione scientifica al primo round di investimento significativo — 10 milioni di euro raccolti nel 2023 — ha richiesto tre anni di lavoro intenso su fronti molto diversi dalla ricerca pura.
«Il momento più difficile non è stato il laboratorio», racconta Giulia Ferraris, co-fondatrice e CEO. «È stato capire come raccontare la nostra tecnologia a un investitore che non aveva un background scientifico. Abbiamo dovuto imparare un linguaggio completamente diverso da quello accademico». BioNanoTech ha risolto questo problema assumendo un Chief Business Officer con esperienza nel venture capital e partecipando a programmi di accelerazione internazionali, tra cui uno presso il MIT di Boston.
Il caso illustra una dinamica comune: le competenze che rendono un ricercatore eccellente non coincidono necessariamente con quelle che rendono un imprenditore efficace. Riconoscere questo gap e colmarlo è spesso la differenza tra una startup che cresce e una che rimane confinata al mondo accademico.
Gli Ostacoli Strutturali: Burocrazia, Proprietà Intellettuale e Cultura del Rischio
Nonostante i progressi, il percorso dall'idea scientifica al prodotto commerciale in Italia è ancora costellato di ostacoli strutturali. Il primo, e forse il più insidioso, riguarda la gestione della proprietà intellettuale. In molte università italiane, le procedure per la registrazione dei brevetti sono lente, costose e poco coordinate con le esigenze di chi vuole muoversi rapidamente sul mercato.
«Abbiamo aspettato diciotto mesi per completare l'iter burocratico legato al brevetto», testimonia Lorenzo Ricci, fondatore di una startup nel settore delle energie rinnovabili nata dall'Università di Bologna. «In quel periodo, due competitor stranieri hanno lanciato prodotti simili. Non ci hanno battuti sul mercato, ma ci hanno tolto tempo prezioso». La sua esperienza non è isolata: secondo una ricerca della Fondazione per la Ricerca e l'Innovazione, il 42% delle startup universitarie italiane identifica nella gestione della proprietà intellettuale uno dei principali freni alla crescita.
A questo si aggiunge una questione culturale: in Italia, il fallimento imprenditoriale è ancora percepito socialmente in modo molto più negativo rispetto ai contesti anglosassoni o nordeuropei. Per un ricercatore con una carriera accademica consolidata, avventurarsi nell'imprenditoria significa accettare un rischio — anche reputazionale — che molti non sono disposti a correre.
Le Best Practice: Cosa Fanno Diversamente le Startup che Ce la Fanno
Analizzando le storie di successo, emergono alcune pratiche ricorrenti che distinguono le startup universitarie italiane più performanti.
La prima è la costruzione precoce di un team multidisciplinare. Le realtà che hanno avuto maggiore successo non sono quelle dove il fondatore-ricercatore ha cercato di fare tutto da solo, ma quelle dove fin dalle prime fasi è stato coinvolto qualcuno con competenze di business development, marketing o finanza.
La seconda è il ricorso sistematico ai programmi di trasferimento tecnologico universitari più strutturati. Atenei come il Politecnico di Milano, con il suo ecosistema PoliHub, o la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa hanno sviluppato modelli di incubazione che offrono non solo spazi fisici, ma anche mentorship, accesso a reti di investitori e supporto legale specializzato.
La terza pratica comune è l'apertura al mercato internazionale fin dalle prime fasi. Le startup italiane che hanno raccolto i maggiori investimenti sono quasi sempre quelle che hanno saputo posizionarsi su scenari globali, partecipando a competizioni internazionali, stringendo partnership con laboratori stranieri e candidandosi a programmi europei come EIC Accelerator.
Il Ruolo degli Investitori: Un Mercato che Sta Maturando
Anche il lato della domanda — quello degli investitori — sta evolvendo. Il venture capital italiano, storicamente sottodimensionato rispetto ai principali partner europei, ha mostrato segnali di vivacità crescente. Fondi come Liftt, CDP Venture Capital e alcuni operatori privati hanno aumentato l'attenzione verso le startup deep tech e science-based, riconoscendo che il lungo ciclo di sviluppo tipico di queste realtà è compensato da barriere all'ingresso molto più elevate rispetto alle startup consumer o software-as-a-service.
«Investiamo in startup universitarie perché crediamo che la proprietà intellettuale sviluppata nei laboratori italiani sia ancora largamente sottovalutata», afferma un partner di un fondo di venture capital milanese specializzato in deep tech. «Il problema non è la qualità della ricerca — quella è spesso eccellente. Il problema è il supporto che i ricercatori ricevono nel momento in cui decidono di fare il salto».
Costruire il Futuro: Una Responsabilità Condivisa
La trasformazione dell'eccellenza scientifica italiana in imprenditoria innovativa non è una sfida che può essere affrontata da un singolo attore. Richiede un ecosistema coordinato: università che investano in strutture di trasferimento tecnologico efficaci, istituzioni pubbliche che semplifichino le procedure burocratiche, investitori disposti ad accettare orizzonti temporali più lunghi, e una cultura che valorizzi il coraggio di chi sceglie di mettere a rischio la propria carriera accademica per portare un'idea nel mondo reale.
Innovation Festival è nato proprio per contribuire a costruire questo ecosistema — creando occasioni di incontro, contaminazione e ispirazione tra ricercatori, imprenditori, investitori e policy maker. Perché le idee più potenti non si sviluppano in isolamento. Si sviluppano quando le persone giuste si trovano nello stesso posto, nello stesso momento, con la stessa ambizione di cambiare le cose.